Quando la mia presenza
passa attraverso i tuoi occhi e scorre fluida
dalla tua mano
al pennello
e alla tela lo sento ritornare umile come per un altro esame alla mia memoria in un cerchio continuo dove io sono metà e l’altro spazio di circonferenza
sei tu
Daniele Oppi particolare da "Ricordando l'America", acrilico su legno 1997 - cm. 170x54

Alcuni testi di D. Oppi sparsamente raccolti.
Accanto alla frenetica attività di pittore ed animatore culturale,
Oppi teneva un fitto taccuino di scritti che ora una èquipe di giovani
sta catalogando.
La sezione vedrà, dunque, integrazioni periodiche.
Aggiornamento - 19 aprile 2011

 


Capalbio, gennaio 2006

Capalbio, 2005: io arrivo ridente raccolto in ambasceria. Ci credo.
Stavano là, dove un tempo stava una città murata, elevata sulla maremma malsana. Li ho raggiunti credendo, nella speranza.
Ma Sana era quella maremma di un tempo, e murata non era per i dolci anelli di guardia ove lo sguardo fissava d’ogni lato l’infinito.
Ma murata è questa, Capalbio di oggi, murata chiusa da gretti e avidi lucertoloni che la percorrono estranei, come anfrattati estranei, spodestatori suadenti di popolo allettato e ammiccante, e disperato, e pentito, e clandestino.
Capalbio, testa canuta: c’è da far venire i capelli bianchi ai riccioli rigogliosi dei giovanetti in festa, e poi calvi, in tre decimi di secondo.
Collacchioni riciclati caracollano verso un mare innocente luminoso e offeso.
La battaglia di Magenta, intanto, si perde nelle notti in una piazzetta che soffre d’offesa radicalché.
Si frangono i frantoi disorientati, contro scogli (per fortuna) sopravvissuti in culi in aria, una cucina giusta, eroica, tenace e pervicace in memoria dei tempi inalienabili dei veri sapori.
Ma tutto il resto, vecchie aringole affumicate, dove l’avete riposto, dopo averlo avvinghiato?
Vi amo, fantasimi sommessi che imperturbabili, filosofeggiati dagli eventi, spuntate qua e là con le antiche e sagge verità: benzinaio, giornalaia, barista, cestaio, cacciatore, uccellatore, sacrestano, carabiniere, postino, ex cittadino, cameriere, emigrante oltre l’ultima curva della strada, bagnino bene, e tu e Lei della bruschetta credente del Pozzo.
Oppure tu, o lei, immemori transfughi da Roma, estatici e incantati incartando la vostra solitudine.
Nicky, avevi ragioni e ne avrai di ragioni per sempre: li hai stampati di plastiche e aggeggi multicolori dentro e fuori sormontando monumenti arborei con i tuoi deliziosi e giudicanti Tarocchi.
Attenti, si preannunciano -ed è chiaro- il mondo Taroccato dei Lieti Invasori di Capalbio.
A non rivederci direi, se non ci fosse un luccichio inesauribile, luminoso e inestinguibile di chi ti ama davvero, e in silenzio, ridente, lì vive, va, torna e canta con gli occhi, invulnerabile, sussurrando senza bisogno di voce:
Non ti curar di lor, ma guarda e passa
Viva Puccini, abbasso i piccini!


A PROPOSITO DELLA PRESENZA DELL’ARTE
AL MULINO VECCHIO DI BELLINZAGO, settembre 2003
Impressioni e pensieri del pittore Daniele Oppi

La questione del rapporto tra l’artista e il suo tempo è alla base della
creatività e dell’opera conseguente.
L’opera che si disvela giudica essa stessa l’artista e non solo: l’opera
d’arte apre un processo “giudiziario” verso ogni persona che la incontrerà.
Un processo molto imparziale, perché il dipinto, la scultura (o altra
apparizione d’arte) emanerà la sentenza dall’interno sensoriale e reattivo
della persona che ha “visto”, la quale dichiarerà (e svelerà) sé stessa
esternando il suo giudizio sull’opera osservata.
Anche l’arte contemporanea, sensitiva come in ogni epoca, traccia segnali
che riverberano le buone e le cattive storie della storia dell’umanità.
Le cattive storie di oggi sono inquietanti come sempre sono state cattive
quelle del passato.
Tuttavia oggi il disagio e l’inquietudine sono più subliminali, più
intrecciate, tra le reazioni complesse individuali e le linee di reazione
delle collettività.
Con l’avvento della comunicazione globale tanti scenari e tanti teatri di
avvenimenti che si svolgono altrove irrompono nella vita di ciascuno
mostrando simultaneamente (e in contemporanea) diversissime piaghe e
disparati fenomeni un tempo estranei e remoti, quando ogni comunità viveva
le proprie incognite, felicità o sciagure, stragi o cataclismi, all’insaputa
delle altre.
Questa maggiore, frastornante massa di informazioni e visioni colpisce
soprattutto la parte più ricca e tecnologicamente avanzata del pianeta,
generando timori e frustrazioni individuali in questa parte del mondo che
peraltro rappresenta solo meno di un quarto della popolazione mondiale.
Qual’è la nostra reazione? Ansiosa preoccupazione per le degenerazioni
ambientali, autocritica mal celata per le insoddisfazioni circa il modello
di vita sociale, sensazione di non possedere una formula eccellente e
risolutoria per affrontare i problemi incombenti. Impotenza. Ma a ciò si
risponde con la ribellione, tra cui si configura naturalmente la ricerca
della felicità spesso intesa come evasione.
Si possono riscontrare nelle espressioni dell’arte contemporanea le stesse
pulsioni, tramutate comunque in simboli, grida, metafore, segni e colori?
Certamente sì.
E le società che detengono la parte assolutamente preponderante del potere
economico, e in cui più lancinanti sono i segni di contraddizione e di
disparità circa la giustizia sociale, vedono come salvifici alcuni traguardi
obiettivamente effimeri, come la competizione attorno a valori materiali, il
consumismo come appagamento sostituivo al sentimento, l’evasione verso mete
di vacanza e tempo libero distaccate in modo drastico dall’armonia
esistenziale.
Ecco perché questo Mulino Vecchio di Bellinzago rappresenta a va vissuto
come segnale di differenza, dove si può trovare il luogo dove ritrovare sé
stessi, gli affetti famigliari e le amicizie nella semplicità; non un’oasi a
parte da sognare, ma uno spazio ritrovato di contatto autentico “essere
umano-natura”.
Ve ne è bisogno di posti come questo, e non di ancora più numerose palestre
di meditazione come fossero fitness club in chiave newage.
Ecco l’acqua che qui testimonia tutta la nostra indistruttibile fiducia e
speranza nell’esempio che ci dà, ed ecco gli ambienti interni, la “fabbrica
della farina”, base sacra del pane e del suo immenso valore di
bene-alimento.
Riparto dal Mulino, venendo dalla terra e dall’acqua dello scomparso Mulino
del Guado sull’altra sponda di acque del Ticino (il Naviglio Grande a
Robecchetto) con il cuore rafforzato nella certezza che occorre sì vigilare,
ma anche trasmettere il tam tam positivo che vale la pena di affermare in
pratica con un modello di vita da preservare in noi stessi e attorno a noi.


Mostra al Comune di Robecchetto - Palazzo Fagnani Arese - 1997

il Guado conosce ormai i miei passi da ventotto anni, le mani sui gerani, le carezze ai gatti e qualche parola furtiva ai cani.
Gli alberi si sono rivelati, aumentando i ricami contro i cieli e nelle acque. Gli alberi segnano e gestiscono le stagioni, avvicendando il significato della terra e indicando in avanti la morte e la vita.
I miei simili brulicano nelle tribolazioni, nelle felicitÓ, in pace e in guerra con la vita giÓ a partire da Induno, e poi a Malvaglio e poi ancora a Robecchetto e io, insieme ai miei cari, guardo verso di loro come in un susseguirsi di tele da interrogare, compiere.
In questi anni mi è mancato il padre, se ne sono andati dieci compagni importanti per me e sono arrivati due nuovi figli e tre nipoti.
Questi sono gli ultimi visitatori tra i più misteriosi ed esaltanti la mia piccola fantasia di uomo della vallata.
Ho un desiderio irrefrenabile di catalogazione, un sistematico sogno di scavo nel passato senza rimpianti o nostalgie: solo la voglia di sorridere con il tempo che ha accumulato attorno a me una fantastica serie di eventi, opere, accadimenti, interessi e vite intrecciate, unite disgiunte accavallate.
L’obiettivo di queste incursioni verso il passato è quello di accumulare energie, alimentarmi di forze nuove, di trovare astrolabi, sestanti, bussole per i passi da oggi (da ogni oggi) a domani, verso una infinità di domani possibili.
Il Guado conosce anche, spiandoli benevolmente, i miei passi verso le carte chiuse negli armadi, i libri ordinati negli scaffali e sussulta l’aria rarefatta degli studi mentre visito stupito e curioso le mie anatomie della memoria.
Ho sempre amato quella frase stampata sul mondo, dal Goya: “Il sonno della ragione genera mostri” e, mentre a fatica mi convincevo che fosse giunta l’ora per una mia mostra nel mio comune adottivo, qui a Robecchetto, ho sorriso in un solo attimo ripetendo la frase e, per gioco la mutavo in: “Il sonno della ragione genera mostre”.
Ho trovato così il titolo di questa capitolazione personale verso gli altri, che sempre ha caratterizzato la mia dolce riluttanza ad esporre.
Dolce come una medicina amara che la mamma ti porgeva sul cucchiaio con una zolletta di zucchero, ma che in fondo tu sapevi che ti avrebbe fatto bene, e forse guarito.
Riprendo, per questa mostra irragionevole, nel sonno della ragione, la mia personale testata giornalistica “lo spazio delle cose” per un collage sicuramente un po’ oscuro al lettore, per il riaffiorare inconsulto di citazioni e incitazioni.
Una specie di mostra di carta per frattali e frammenti in similitudine con le mie intenzioni del dipingere. Vorrei più tempo per fotocopiare fra meridiani e paralleli un anello compiuto ed equidistante come l’ipotetico e misterioso luogo dell’equatore.

 


Aprile 1996, vallata, nei pressi del vecchio Molino del Guado.


Il segno incomprensibile della violenza si abbatte improvvisamente e con determinazione.
Si annida dentro e fuori di noi, sia in episodi di poco conto come in macroscopiche espressioni di risonanza mondiale.
Ma anche nel più piccolo episodio di sopraffazione della vita vi è già il germe dei crimini più terribili, fino a quelli perpetrati contro l’umanità. Il movente non giustifica: il segnale è il medesimo, anche quando si tratta di piccoli cani. Non rimediano i processi, finché la condanna non riscatterà mai gli uomini dalla violenza.


1989


Il Quarto Regno


Siamo alla porta del Regno
dell’Informazione.
Veniamo dal Regno Animale
e portiamo con noi le Ambascerie
dei Regni Vegetale e Minerale.
Si sono lacerati i confini
della nostra Dimensione.
Quello che sembrava un Accessorio,
ciò che pareva Servizio, si rivela
ormai Altro: lo chiamiamo computer.
Entriamo noi nella Nuova Dimensione
o – di fatto – entra in noi e fra noi
la percezione del Nuovo Regno?
Distinto, codificato, aristotelico
e scoperto. Scoperto ora e
introdotto di fatto come categoria
paritetica agli altri tre Regni.
Ora sappiamo di qualche cosa
destinata a determinare, favorire
i Cambiamenti.
Non abbiamo mai messo in discussione
(a differenza di tutto il resto)
la questione dei Tre Regni.
Certo, li abbiamo identificati,
ma siamo ancora lontani dal conoscerli.
Mai abbiamo dubitato della loro presenza
e degli ampi, generali confini
che contengono le catalogazioni.
Il Regno dell’Informazione
si è materializzato,
e sembra essere il luogo della Scienza
e della Ricerca, il luogo
delle genesi e delle revisioni di sé.
Esso risponde alle leggi
della generazione, dell’evoluzione
e della degenerazione,
come gli altri Tre Regni.
Occhi quadrati
si aprono sulla Grande Spiegazione.
L’antichissima presenza
occultata inconsulta intuitiva
misteriosamente indistruttibile,
emergente dai Grandi Segnali
ora appare, rivelata
dall’impianto concreto dei mezzi
che l’hanno materializzata:
è la Creatività.


 


1980


Venga avanti
chi è capace di fare il totale.
Si parli ancora
di volontari
per tirare le somme.
Diventa difficile:
a meno che non si accampi
come usa
il verdetto del computer.
La sua parola contro la mia:
e perderà.
Ma sarà una questione
che verrà fuori,
e cioè che perderemo tutti:
noi mondo.


1970


E’ il momento
lo annuncia la morsa
che attanaglia l’uomo
al week-end
in fuga lucida
dentro l’automobile.
E’ il momento
lo grida la differenza
tra tecnologia e la morte,
tra la volpe tremante
senza bosco
e il jumbo jet.
Cantano.
Vengono avanti
e domandano soluzioni.
Grande speranza del mondo,
i computers
vengono avanti
ma domandano soluzioni,
in un brivido organico
di responsabilità.
E’ il momento
della risposta,
per un solo
momento
sia l’amore.


Si, lo confesso,

io sono come i miei quadri e i miei disegni, difficile a inquadrare, a causa di una polifonia parcellizzata e contrappunta, dove le mie icone frammentano e fermentano, rendendo ardua e appassionata l’intercettazione, il motivo, la collocazione.
Eppure, come hanno rivelato (anche a me stesso) gli scritti di chi ha guardato dentro ai miei quadri, i frammenti si possono identificare e osservare nella loro unità compiuta.

Non vado mai a Milano,
praticamente vi ritorno


Io non vado mai in città, praticamente vi ritorno. Una frequentazione assidua, rarefatta quasi fosse l’imitazione di un posto di lavoro anomalo, dove le ore settimanali sono già diventate dieci o dodici, oppure, in alcuni casi, diciotto.
Attraverso la mia Milano natia sorprendendomi ogni volta in una dimestichezza cronica, quasi non l’avessi mai lasciata non dico per un anno, ma nemmeno per un minuto: questo mi rende uguale alla sua grande capacità di non sapere più che cosa sta facendo, sconoscendo il suo degrado fisico e mentale, avviluppata – e qui noto con sgomento la differenza da me – in una dissennata incuria spirituale che la agita da un lato all’altro del suo ring regolamentare come si trattasse di un pugile suonato. Ma io le voglio bene attraversandola, e i miei sono incontri non proprio pugilistici, e comunque spero sempre che non si veda la cintura del campione e che questi round non finiscano con un KO.

© Cooperativa Raccolto
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