critica
1988 - 2006


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Testi critici 1988 - 2006


Un protagonista nell’età del modernismo
Daniele Oppi, surrealista
opere dal 1948 al 1970


Il redivivo Robert Hughes, critico d’arte e scrittore di rinomanza internazionale, sopravvissuto a un incidente d’auto nel deserto australiano che gli procurò fratture multiple, torna su Time magazine, senza ipocrisie e convenienze, a trattare dell’arte contemporanea, in buonacompagnia con Marc Funaroli, Jean Clair ed Ernest Gombrich per il quale la grande pittura è finita con la scomparsa degli artisti nati nel secolo XIX°, considerazione analoga, nel campo della letteratura, a quella del filologo Cesare Segre. Hughes, visitando la mostra 1900. Art at the Crossroads al Guggenheim Museum di New York City, rileva che in quegli anni il mondo artistico era più tollerante, non pervasiva la nozione di avanguardia.
Il trascorrere del tempo rende obsoleto mode, costumi, tendenze estetiche. Carolus-Duran, Zorn, Sorolla, Vrubel, Toorop allora ricompensati con premi, fama e denaro, sono stati offuscati da Cézanne, Matisse, Picasso, Malevich, Beckmann, Rauschenberg.
Tra cento anni le sculture di Jeff Koons e i cadaveri di animale di Damien Hirst spariranno nel dimenticatoio. Memento mori, la campana suonerà anche per loro. Che dire della rinascita dell’Accademia dalle sue ceneri? Richard Horphet, curatore della National Gallery di Londra, ha invitato ventiquattro artisti tra cui gli eccellenti Bill Viola, David Hockney, Antoni Tapies, a scegliere una pittura del passato conservata nel Museo per trarne motivo di ispirazione nel progettare una nuova. Siamo ritornati alla copia rivisitata secondo la visione postmoderna. Apprezzabile e sincera la dichiarazione di Viola, non credo nell’originalità, tutti prendiamo a prestito, la creatività è contagiosa.
E’ venuto meno l’approccio storicistico all’opera d’arte. Ma la necessità di nuove interpretazioni non deve soggiacere alla melassa di accostamenti cervellotici, basati su sensazioni, come negli allestimenti tematici, davvero deprimenti, della Tate Modern di Londra. L’accostamento grottesco di Monet con Long deprime le due opere esposte. Peggio, i busti di Matisse di fronte ai disegni di nudo di Marlene Dumas, conosciuta soltanto dalla lobby istituzionale anglo-americana.
Approccio e simbiosi innovate sono invece suggerite dallo storico dell’arte Michael Baxaudall in Forme dell’intenzione (Einaudi) che opta per una associazione di teoria e critica, bilanciando le due letture, il contesto storico del passato con l’ottica più complessa del presente, non limitandosi a una relazione diretta tra oggetto pittorico e società (influenza di moda e costume, committenza).
Il quasi totale azzeramento da parte del postmoderno di artisti del passato fuori del circuito del mercato, è toccato in Italia ad artisti nati tra il 1920 e il 1935, influenzati nel secondo dopoguerra da Picasso, cubismo, informale. Generazione quasi dimenticata, con qualche eccezione nel campo della scultura. Sorte analoga agli esponenti del terzo surrealismo italiano, dopo De Chirico e Savinio, tra i quali il più significativo, assieme a Baj, è Daniele Oppi, di cui presentiamo una selezione di opere “storiche”. Nell’”Interpretazione dei sogni” di Freud viene analizzato l’universo mitologico dell’inconscio, come lo definì il padre della psicanalisi, con anticipazioni nel disvelamento delle trame della realtà, sottofondo “numinoso” illuminato dal Goya de “Il sonno della ragione genera i mostri” e poi da Piranesi, Victor Hugo, Redon, Bocklin, Klee, fino a sfociare in quel movimento di risonanza mondiale che il poeta Apollinaire chiamò surrealismo. Risonanza universale, con l’eccezione dell’arte italiana marginalmente influenzata, opera del gruppo francese di anteguerra, Matta, Tanguy, Max Ernst, Masson, Duchamp che si ritrovò a New York durante il secondo conflitto mondiale e al quale è debitore l’espressionismo astratto americano. Arturo Schwartz, nella mostra sul surrealismo del 7 giugno - 30 settembre 1989, a Palazzo Reale di Milano, include nella terza stagione del movimento (1945-1966) tra gli italiani Enrico Baj, Bona (Tibertelli De Pisis), Ugo Sterpini, Fabio De Santis e Guido Biasi. Appartiene a pieno titolo alla poetica surrealista Daniele Oppi, sebbene non incluso nella rassegna. Personalità inquieta, del tutto aliena alle influenze della moda, dalla esperienza umana e intellettuale di molteplici curiosità, oltre che pittore opera nel settore della comunicazione, si accosta alla tematica surrealista dopo una giovinezza influenzata dall’espressionismo di Franz Marc e dalle crocefissioni di Rouault. L’inconscio di Oppi si esprime visivamente con le “infernali” associazioni di oggetti smembrati, cascami della civiltà industriale e del consumismo, che trovano contrapposizioni “angeliche” nell’apparizione della nave, una specie di arca di Noè, o dell’agnello, simbolo di una natura innocente sacrificata a una natura impazzita. Lo smembramento delle forme, dal mondo geometrico ai frattali, reso ora con campiture chiare, ora accese, alternanza di barocco caldo e (freddo) viene composto entro un reticolo di segni. La mano non si abbandona mai al puro gesto: la rigorosità del disegno conferisce ordine all’associazione di immagini, speculari all’odierno modo di produrre e consumare, il colore non è mai fluttuante o a macchie. Surrealismo che lo differenzia per rigore formale dagli artisti d’oltralpe, con un sapore di classicità così estranea all’omologazione dell’arte contemporanea “ufficiale”.


Franco Floreanini -2005



Paisatges de l'ànima
Paesaggi dell'animo 2


Un vero artista è sempre se stesso, riconoscibile come tale; ma nel contempo sempre in evoluzione, non mai ripetitivo, e capace di arricchirsi con nuove esperienze. La fisionomia di Daniele Oppi, come noi la ricapitoliamo mettendo le sue opere in sequenza cronologica, è sempre caratterizzata da un dinamismo prepotente, che sta di continuo tra il drammatico e il beffardo; e che appare difficile definire se di tipo astratto o piuttosto figurativo, La figurazione è riconoscibile nel senso che ogni sua opera sembra narrare uno specifico evento; addirittura un episodio romanzesco, il quale documenta, un continuo impeto fantastico in collegamento con quello che lo precede e quello che lo segue. Ma la formula stilistica è permeata delle emozionanti -ed emozionate- esperienze proprie delle scuole che si sono succedute nell’arco dell'ultimo secolo; una formula la quale va oltre ogni definizione di tipo narrativo. E qui interviene la passione per una ricerca stilistica ricca di variazioni dinamiche, seguendo la quale nel percorso degli anni ci rendiamo conto di quanto l'artista sia in grado di modificare via via la propria fisionomia espressiva, pur rimanendo sempre se stesso.
La raccolta qui presentata riguarda una parte dell'ultima produzione di Oppi, non dunque quella formativa: a partire da qualche esemplare degli anni Ottanta, ma soprattutto dal 1990, sino allo sbocco del nuovo secolo; le ultime opere che si espongono qui sono del 2005 e risultano incompiute. Nella coerenza espressiva mai messa da parte possiamo comunque identificare una vivace e variata evoluzione; negli anni Ottanta la pennellata appare luminosa e leggera; ma subito dopo la predilezione va verso timbri più densi, dove il geometrismo di base si fa più convulso. Seguono, nel corso degli anni Novanta, dei turbini via via sempre più caldi, mentre la raffigurazione diviene in qualche modo narrativa, con la presenza di personaggi identificabili in quanto tali: e compaiono tematiche ispirate alle novità tecnologiche.
Viene spontaneo concludere che Oppi può essere considerato un singolare e originale erede del Futurismo; certo in un mondo cambiato, variamente evoluto e così via: ma il ritmo dinamico, il vivace taglio compositivo, l'incrocio tra le presenze vegetali e i meccanismi tecnologici testimoniano ancora una volta le affinità e la convivenza tra i vari campi del sapere e le varie manifestazioni dell'essere.

Rossana Bossaglia -
2006


L’arte vuole irrealtà visibili


Ogni volta che mi capita di incontrare Daniele Oppi (lo faccio ormai da un bel po’ di anni), appena lo sento discutere, animarsi, appassionarsi, mi torna in mente un’osservazione, carica di sottile ironia, che già sette secoli fa l’inglese Geoffrey Chaucer aveva affidato ai suoi Racconti di Canterbury, quando aveva suggerito che si può essere curiosissimi, tranne “dei segreti di Dio e di quelli della propria moglie”. Ecco: credo davvero che la molla segreta, lo stimolo inesausto, lo slancio vitale dell’amico Oppi abbia sempre avuto il segno, entusiastico e intrigante, della “curiosità”, che ancora oggi è il fertile Leitmotiv delle sue operose giornate.
Basta andarlo a trovare, in quella singolare casa-studio di Robecchetto, dove il Naviglio si insinua con le proprie acque placide fra il verde molle della campagna, per verificare come Oppi vive, opera, progetta, crea, realizza, in un’alternativa incessante, dove l’artista si fonde (o confonde) con l’artigiano: e viceversa, la bottega “artigianale”, dal nome agreste “Il Raccolto”, si affianca, anzi convive con l’atelier, squisitamente “artistico”, ingombro di tavole, di tele, di disegni, di collages.
E Oppi, che sa nascondere bene le radici “antiche”, tiene in accorto equilibrio queste sue doti, o “virtù”, che lo rendono solidamente “pragmatico” agli occhi di certi colleghi senz’arte nè parte, e altrettanto felicemente “idealista” sul piano professionale e delle cosiddette committenze.
Certo, non ho alcuna competenza di critico; ma possiedo anch’io (non fosse che per eredità familiare) una sufficiente sensibilità, per avvertire che nella serie delle opere, che Oppi espone all’Umanitaria, c’è la conferma, eloquente e suggestiva, di un’altra delle “verità”, imparate da quel fantastico rabdomante di Jorge Luis Borges. “L’arte vuol sempre irrealtà visibili” ha scritto in una pagina di Altre inquisizioni; e basta soffermarsi su qualcuno dei “temi”, che modulano il racconto pittorico di Oppi, per verificare, nell’intreccio disegnativo e cromatico, l’evidenza, o almeno la trasparenza, di queste “irrealtà visibili”, di cui Oppi intende trasmetterci almeno un’emozione, o addirittura uno shock!
Non mi interessa se, poi, qualche scettico borioso arriccia il naso, magari perché non trova (o non è capace di scorgere) i simboli, le metafore, gli “omaggi”, di cui Oppi non è mai avaro.
A me è sufficiente cogliere, come simbolico filo rosso, la sua curiosità, sempre all’erta e cercante, ansiosa di lasciare almeno un segno fra i tanti, troppi, Grilli Parlanti, Tartufi e Sepolcri Imbiancati, che ci appestano e ci infestano.


Arturo Colombo 2000


Il mondo in un quadro


Se guardiamo con attenzione i quadri “astratti” di Daniele Oppi, vi scorgiamo degli insospettati elementi di figuratività che conferiscono al dipinto significatività che va al di là di quella, puramente estetica, del segno considerato in sè stesso.
Tali elementi si collocano tuttavia in un contesto che non è quello dell'ordinario spazio fisico tridimensionale, “teatro” della rappresentazione naturalistica, bensì in quello dell'interiorità, della mente e del cuore, più congeniale ad un'urgenza espressiva e narrativa del tutto svincolata da ogni preoccupazione mimetica.
L'apparente configurazione astratta è in realtà la rappresentazione pittorica di un'ingarbugliata complessità discorsiva formulata in un personalissimo codice simbolico che solo l'artista possiede compiutamente, ma di cui ognuno può liberamente disporre in modo altrettanto personale.
Come ha osservato Roberto Sanesi, Oppi immette nello spazio del quadro "un viluppo di figure brulicanti, contorte, come investite da un vento d'allucinata follia", figure impastate in un "informe status psicologico” nel quale "restano indistinguibili, organizzate e insieme sollecitate in vischiosi arrovellati virtuosismi dinamici, sospinte a una definizione, risucchiate in un groviglio magmatico”.
Il trionfo di questa caleidoscopica cripto-figuratività lo vediamo, in particolare, in un'opera del 1992, “Materiali per un quadro”, che è una sorta di meditazione meta-pittorica sul lavoro dell'artista e sul rapporto tra l'opera e la realtà.
Come da una fantasmagorica “cornucopia”, si squaderna agli occhi dell'osservatore, con le sue luci e le sue ombre, un caotico “frullato” di frammenti di tanti universi giustapposti od intrecciati (lacerti “euclidei” trapiantati in un iperspazio), che nell'insieme sembrano quasi costituire un'istantanea dell'“Aleph” borgesiano, di quel magico “speculum universale” che sembra poter concentrare in un punto la cangiante e multiforme varietà del Tutto, fatta di tutti i tempi e di tutti gli spazi.
Tentando di adeguarsi alla stupefacente realtà da rappresentare, il discorso si dirama in centomila rivoli che si intrecciano, si ricompongono, si sfilacciano, si perdono nei labirinti della più aperta polisemia.
Ma qui si tratta di far entrare in un quadro l'Universo intero! Una simile ambizione ci richiama l'ossessione del pittore Bahzad (di cui parla lo scrittore tunisino Shams Nadir), il quale voleva “riuscire a realizzare un giorno il Capolavoro: una tela capace di racchiudere entro la propria superficie dipinta, come in uno specchio addo-mesticato, la quintessenza del reale, tutte le meraviglie del mondo e i suoi misteri, il segreto della Rosa, la rive-lazione del Velo, l'evidenza della Verità”.
Anche Oppi, con la sua consueta garbata ironia, vuole per lo meno provarci; addirittura mette nel quadro anche sè stesso e la sua tela vuota, nel mezzo del vortice di quella straordinaria varietà di “materiali” che si dovrebbero trascegliere e fissare con il pennello. (Che l'impresa sia sovrumana lo sa benissimo, tant'è che si fa assistere dal suo benefico “nome tutelare”, misteriosa presenza alle sue spalle che vigila e protegge come un angelo custode).
In definitiva, però, l'impresa è fallimentare: la realtà è troppo vasta e complessa per essere compresa tutta in una tela, la quale non può catturarne che un infinitesimo assaggio. (Parafrasando Montale, potremmo dire che è pretesa assurda chiedere al pittore l'immagine che la “squadri da ogni lato”). E' importante, però, capire che anche il poco può rinviare al tanto (e, ancora di più, indirizzare al Tutto), che la finitezza dell'opera d'arte rimanda ad una ricchezza che da essa trabocca e di gran lunga la supera, che il vero valore ed il più profondo significato di un quadro stanno al di fuori di una più o meno limitata superficie di tela dipinta, nella ricchezza spirituale dell'artista che si fa conoscitore, interprete e comunicatore del Mondo.


Pinuccio Castoldi - agosto 1997


Nel vento del surrealismo

Personalità inquieta, del tutto aliena alle influenze delle mode, dall’esperienza umana ed intellettuale di molteplici curiosità, oltre che pittore è operatore culturale nel campo delle comunicazioni di massa e promotore di iniziative sui rapporti fra politica e cultura. Oppi ricorda sotto certi aspetti l’irriducibilità di altri artisti, il poeta Emilio Villa e il narratore Guido Seborga. Oppi si accosta alla tematica surrealista dopo una giovinezza come pittore figurativo, influenzato dall’espressionismo, nel tema delle crocefissioni soprattutto da Rouault. L’inconscio di Daniele Oppi si esprime visivamente con le “infernali” associazioni di oggetti smembrati, cascami della civiltà postindustriale, scorie del consumismo. Che tuttavia trovano contrapposizioni “angeliche” nell’apparizione della nave, una specie di arca di Noè o dell’agnello, simbolo di una natura innocente sacrificata a una tecnologia impazzita. Lo smembramento delle forme, dal mondo geometrico ai frattali, reso ora con campiture chiare, ora accese, alternanza di barocco caldo e barocco freddo, è composto entro un reticolo di semi. la sua mano non si abbandona mai al puro gesto: la rigorosità del disegno conferisce ordine all’associazione delle immagini, speculari alle rovine dell’odierno modo di produrre e consumare, il colore non è mai fluttuante o a macchie. Oppi è artista anomalo e singolare in un mercato dell’arte dominato da un citazionismo che spazia dal classicismo al dadaismo, dall’astrattismo all’espressionismo fino al pop art, che non riesce a dissimulare l’omologazione di linguaggi e che naufraga in un logoro manierismo.

Franco Floreanini - 1993


Il labirinto dalle mille uscite

E’ dai quadri di Daniele Oppi, che è sorta in me l'immagine/metafora del labirinto dalle mille uscite. Via via che si penetra, infatti, in queste ampie superfici zeppe di colore, ci si avvede -e forse non senza sorpresa e stupore- che “oltre lo specchio”, per usare la straordinaria invenzione di Lewis Carrol, scopriamo, con la sua Alice, tutto un universo, un repertorio oggettuale imprevisto e imprevedibile: volti e nudi di donna, paesaggi, alberature, squarci urbani, animali. Incasellati, incastonati nell'insieme visivo, questi squarci di una “realtà” che può apparire “immediata”, acquisiscono una nuova, diversa, dimensione e rilevanza. Appaiono, emergono, come immagini ipnagogiche nel torbido passare dalla veglia al sonno, o come squarci illuminati da un lampo fugace nelle pur vive tenebre notturne di un cielo in tempesta, proiettate su una ribalta, icastiche, incastonate -ovvero, viceversa, fuse, diffuse- nel gioco di forme e di colori che le avviluppano. Ma, in un caso come nell'altro, da qui, da queste figure, o scorci, da questa improvvisa e inattesa imago mundi, si apre e dispiega, come un varco, un deposito della memoria, una madeleine proustiana, una joyciana epifania, entro l'intrico che la circonda e di cui è parte. E' un gioco sottile, raffinato, che rende esplicito, in questa pittura, il modulo di un' opera di pensiero che sempre, alla produzione artistica che non sia mero dilettantismo, è sottesa.
Una pittura, perciò, che a me -ben lontano come sono dalle competenze di un critico d'arte- appare fruibile non certo a prima vista, ma nel silenzio e nella meditazione che sono insieme distanza e compresenza. Vi si sente dentro, vi sento, lo stesso attivo silenzio dell'“anima” di un complicato “elaboratore” elettronico: dal quale, appunto, attendiamo che possa rispondere a una nostra domanda sospesa, che ci induca, per vie sempre diverse, a esiti non forse supposti, ma possibili. Ignota latebat: l'ignoto era soltanto nascosto, secondo l'espressione emblematica di Giovan Battista Vico.

di Mario Spinella - 1990


Un pittore a teatro


I paesaggi dell’animo, l’inquietudine adulta, una visionarietà che scaturisce da una forte persuasione intellettuale...
Sono alcune delle definizioni, tra le tante, che i critici d’arte hanno formulato in questi anni nei confronti della pittura di Daniele Oppi. E davvero lo spettatore che vorrà soffermarsi un attimo di fronte a queste sue immagini, esposte in un luogo così “speciale” come è il foyer di questo teatro, potrà accorgersi di quanto e di come queste definizioni siano pertinenti, assolutamente adatte allle mille sfaccettature e alle mille suggestioni di questa sua straordinaria galleria di immagini.
Eppure, se ci lasciamo davvero penetrare dalla sensazioni che ci vengono da queste opere, se le osserveremo proprio attentamente e senza pregiudizi, abbandonando se possibile il nostro “comune senso del vedere”, ci accorgeremmo anche che quelle definizioni sono in fondo ancora inadeguate, ancora limitanti.
L’energia pittorica di Oppi è tale infatti da diventare immediatamente, senza filtri o traduzioni interpretative, qualcosa si può senz’altro chiamare energia poetica.
L’immagine, in lui, si svolge subito in metafora, in trasfigurazione, in dilatazione di significati e di allusioni. Non rappresenta qualcosa, ma suggerisce. Non racconta, ma evoca gli ingredienti di ogni possibile racconto. Diventa il luogo di inadute accumulazioni come per una alluvione incredibile, come per una frana formidabile e moltiplicata di concetti, di giudizi, di fantasticazioni, di emozioni e sentimenti che si concentrano tutti in un solo momento, in un solo brano dipinto.
I suoi quadri sono compe una pila elettrica, come un accumulatore carico di energia poetica pronta a scaricarsi su di noi per innescare l’attenzione distratta, per dar fuoco alla miccia del nostro immaginario.
Sono come i fumetti (e del resto delle strips hanno tutti i segni e colori, tutto il ritmo concitato e la brulicante suggestione) o sono compe le favole della nostra infanzia, tanto dense di verità ed insieme di ambiguità da non essere mai dimenticate.
Tutto questo avviene (e se guardate con attenzione vedrete che avviene davvero) se leggerete le sue opere come si legge una poesia, come si ascolta una canzone, come si assiste ad una rappresentazione... e come si guarda un quadro.
L’ eros e la morte, il dramma e la commedia, la meschinità e la grandiosità della vita e poi la realtà e il suo sogno, l’esistenza con i suoi incubi e i suoi entusiasmi, con le sue utopie e le sue esileranti tragedie sono tutti qui, in queste immagini invitate a teatro.


Giorgio Seveso - 1990


Daniele e il quadro


La tela non gli bastava mai. Finchè un giorno un veliero
incendiato scontrò l’arenile. E si incagliò bruciando.
E il quadro lo contenne.
Contenne l’implosione e gli scoppi, la paura e i colori. L’oceano baciante il cielo, dalla riva era sereno, infinito come un desiderio.
L’arrovellarsi delle vele e il crepitio dei legni per il fuoco,
colmavano un silenzio assordante in tutta la plaga.
Vennero genti a teatro e trepidanti rimasero ritte
contro il disastro. Non entrarono nella scena
perché restarono a distanza di sicurezza,
ma accolsero i marinai naufraghi del veliero.


Piero Fabbri - 1989


L’inquietudine adulta


Arturo Martini si entusiasmava per la fluida plasticità degli Etruschi. Diceva che "facevano le statue come le nostre donne fanno i ravioli". Daniele Oppi, artista polimorfo che vive al "Guado" di Induno, potrebbe fare ravioli a bizzeffe.
Li farebbe piccanti e gustevoli, belli da vedere, secondo la sua effervescenza mentale, la sua memoria inventiva degna dell'innocente parabola che è: e li farebbe diversi e conseguenti, attraverso il suo continuo proporre, suggerire: vedere, secondo la sua effervescenza mentale, la sua memoria inventiva degna dell'innocente parabola che è: e li farebbe diversi e conseguenti, attraverso il suo continuo proporre, suggerire: stimolare, attraverso la sua generosità stimolare, attraverso la sua generosità senza corrispettivi. Invece, no. Oppi fa una pittura inquieta e puntuta, ventosa, brulicante, di chiave surreale, di ardua suggestione, mai didascalica; icastica, gnomica semmai, in certi obblighi di lettura morale. Sdegnoso d'ipocrisie, di volgarità, di meschinerie, pronto a saltare in groppa all'impeto più nobile.
Oppi si spende civilmente mai astenendosi, per coscienza, da interpretazioni personali, da congiure-contro, da "sopraffazioni" sul tema, dal vincolo di fare una pittura "altra".
E' il gran gioco del "non essere", oppure -se mi si lascia parafrasare Kundera- è quello di una "insostenibile leggerezza dell'essere", è l'omologazione in negativo, la ricerca di una diversità consolante ancorché ingannevole e precaria. L'ordine dialettico, nel pittore, e la sua intelligenza turbata sottendono il candore perverso della vita e, insieme, l'abbandono e una consolazione sfiorata senza sussulti. L'opera di Daniele Oppi è celebrazione di una salute spirituale faticosamente conquistata. Non s'imparrucca mai in lezione. Schiva le etichette come la volpe le trappole. Una pittura di segmenti forti che si piantano nel quadro come in una liquorosità diffusa, una specie di acqua di nausea, la quale ha il tono e il canto di un antico lamento. Mentre la bellezza dell'allusione s'intrufola nella sintassi figurale, la invade: una fermentazione minuta, frantumata, paragonabile ad un basso-fondo dickensiano, dove la miseria, l'immoralità, la malattia, la follia non escludevano la gaiezza o, quanto meno, il sogghigno.
Pittura come registrazione di intimi trasalimenti. La materia stessa sembra emulsionata da un ritmo che esprime un'urgenza emotiva mentre, collateralmente, da un'idea di sé come presenza fragile e mutevole: inseguita, analizzata sulla tela fino agli ultimi ritocchi. Più che imporre una forma, l'artista si mette "in ascolto" della materia e ne annota le metamorfosi. I risultati sono ombre lunari, sono vortici spettrali, lividi cataclismi, o enormi clessidre, virtuali e impazzite, che ingoiano il plancton dei piccoli uomini. Pensate a un Bosch, il quale abbia scoperto i fumetti e l’aeroplano. Pensate a Goya che, a una sfilata di moda, graffia i “capricci” con una penna a sfera. E ad Armani che li compra.
Pensate (suggerisco alla svelta) a un tenebroso Füssli di tentazioni televisive: a un William Blake come atleta di utopie, gonfiato dagli estrogeni; ad una sorta di catalogo ensoriano, di strabiliante impronta grottesca, diluito, sparso, seminato in continuità nelle occasioni del dipingere. A un William Hogarth che, disegnando, assiste alla partita di calcio. Al greco Savinio, degradato dai miti dell’Olimpo a quelli del mercato rionale. Pensate a un Masson più denso, a un Matta egualmente astrale, ma più spigoloso, sfaccettato, rotto e discontinuo, più povero. Pensate a una forma di minaccioso allarme “catalano”, avvolgente, con un embrione di Dalì fermo al palo, sempre sollecitato, sempre rifiutato. Pensate alle architetture organiche di un Gaudì comprate di seconda mano.
Tutto questo, e altro ancora, alita per grandi orbite sull’officina dell’artista, senza che Oppi se ne dia pensiero. Una matassa profanissima di stelle filanti, grovigliosa, incombe sul suo carnevale di dolori, trascinando folate estreme di vecchio incenso sconsacrato. Non si fa fatica a parlare di visioni d’un occhio malvagio che convergono per talento, e vi si cristallizzano, in quel luogo di meraviglie che è la tela: autentica, sofisticata “Wunderkammer”, o gabinetto di curiosità, proprio perché, qui, è stanza delle torture.
Da dove sguscia un Oppi? Viene fuori da una “carriera” a rimbalzi, che contiene trionfi d‘America e una serie di negazioni governate in prima persona; che rispecchia attività ramificate, tentacolari, trasgressive, e meditazioni sull’acqua. Parabola (o iperbole?) di un artista che, milanese, colto, di famiglia dorata, aveva capito subito che l’arte vive di domande e muore di risposte. Nel suo corpo a corpo contro la noia, aveva violato le attese, catturando e vivificando le istanze sociali che oggi lo scaldano. Così come aveva fissato negli stupori e negli incanti dell’infanzia il nucleo mitico da condividere con l’interlocutore, con l’antagonista del momento, per chiedergli quella temporanea “sospensione d’incredulità” che apre le strade alle avventure dell’arte.
Importa, lo fa capire, essere criticamente soddisfatti della propria vita quando viene il tempo dei consuntivi. Altri apparirebbe vittima di un rimorso prigioniero: un‘angoscia che è imponente, o meglio riluttante, se non a liberarsi sottovoce. Oppi, no. Ma forse, sotto il segno delle sue estasi e dei suoi disinganni, Oppi è una forza della natura che entra a mani basse nella cultura, e la disturba e la mette alle strette.
Non per vana tra-cotanza o per terrorismo ideale, è evidente, ma per desiderio di innocenza e, parallelamente, di efficacia vitale.
Il suo dramma del fare esprime in-quietudine delle cose che pulsano; però la tensione che le sta sopra è adulta, e dunque temperata, e dunque attiva. Non la chiamerei neanche dinamismo, ma più positivamente, “energia”.

Luciano Prada - 1988