critica
1949 - 1980


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Testi critici 1949 - 1980


Queste tele recenti che Daniele Oppi presenta presso la Galleria Agrifoglio, in via Montenapoleone 21, segnano un "ritorno", come si dice. Difatti Oppi, pur senza mai smettere di dipingere, si è occupato per anni di molte altre cose nella sua cascina del Guado, sul Ticino vicino a Robecchetto. Il suo rapporto con la politica, con la necessità di impegnarsi e di fare concretamente qualcosa contribuendo alla crescita della democrazia e della partecipazione, lo avevano in qualche modo allontanato, se non dalla pittura, almeno dal "mestiere" di pittore. E si era dedicato a mettere in piedi una straordinaria officina d’idee e di cose sul piano della comunicazione di massa, da numerosissimi giornali e pubblicazioni locali a laboratori di serigrafia ed a momenti diversi di animazione culturale. Oggi tutte queste iniziative camminano con le loro gambe (il Guado è stato per molti giovani della zona una vera e propria scuola) e Oppi torna a presentare i suoi quadri. Si tratta, in qualche modo, di "paesaggi dell’animo": tele in cui un passato sentimento della realtà, tutto poetico e interiore, si organizza nella confluenza di elementi organici e minerali. Ma sono, anche, tele inquietanti. Percorse come da un brivido costante, da un allarme sospeso e indefinito, esse suggeriscono con grande efficacia stati d’animo, presenze psicologiche assai attuali e straordinariamente vivide.


Giorgio Seveso, d’ars - 1980



Le sue tele recenti presentate alla Agrifoglio di Milano segnano un “ritorno”, come si dice. Difatti Oppi, pur senza mai smettere di dipingere, si è occupato per anni di molte altre cose nella sua Cascina del Guado, sul Ticino vicino a Robecchetto “Feci le valigie una notte, nel 1968. Il mattino dopo partimmo da Milano per la nuova casa, anzi cascina, e cominciammo ad abitarla. Milano rimase lý, dove era sempre stata, a passare tutti gli anni settanta senza di noi, con i testimoni di pietra sulle guglie del Duomo che si sgretolavano impercettibilmente come in un logorio stellare infinito. Avevamo, e abbiamo, un filo d’acqua, un respiro liquido di campagna che continua ad andare in città, il Naviglio Grande, la congiunzione. Noi del Guado siamo una sua “stazione”. Il suo rapporto con la politica, con la necessità di impegnarsi e di fare concretamente qualcosa contribuendo alla crescita della democrazia e della partecipazione, lo avevano in qualche modo allontanato, se non dalla pittura, almeno dal “mestiere” di pittore. E si era dedicato a mettere in piedi una straordinaria officina d’idee e di cose sul piano della comunicazione di massa, da numerosissimi giornali e pubblicazioni locali a laboratori di serigrafia ed a momenti diversi di animazione culturale. Oggi tutte queste iniziative camminano con le loro gambe (il Guado è stato per molti giovani della zona una vera e propria scuola) e Oppi torna a presentare i suoi quadri. Si tratta, in qualche modo, di “paesaggi dell’animo”: tele in cui un pacato sentimento della realtà, tutto poetico e interiore, si organizza nella confluenza di elementi organici e minerali. Ma sono, anche tele inquietanti. Percorse come da un brivido costante, da un allarme sospeso e indefinito, suggeriscono con grande efficacia stati d’animo, presenze psicologiche attuali e straordinariamente vivide.


Giorgio Seveso, Milano - 1980


I grandi corrugamenti della crosta terreste e le degradazioni tettoniche sembrano entrare in campo nelle opere di Daniele Oppi (Galleria L’Agrifoglio, Milano): certo, lo scenario apocalittico e i paesaggi vertiginosi, evocati con uno stile allusivo e puntuale al tempo stesso sono la proiezione di fantasmi interni e la testimonianza di emotività (l’uomo vi compare negli ambigui antropomorfismi della natura) portate allo spasimo.


Domizio Mori, Rassegna - 1980


“ La sicurezza di un visionario, la coscienza di un uomo del suo tempo”, scriveva nel 1970 Casimiro de Mendoza a proposito della pittura di Daniele Oppi. L’affermazione potrebbe apparire impropria, certamente e reversibile: la coscienza di un visionario, la sicurezza di un uomo del suo tempo. Ovverosia la certezza di una crisi, e la necessità di esorcizzarla. Nella stupefazione del visionario, nell’impazienza "romantica" che la provoca, nell’urto tra il desiderio immaginativo e la riduzione razionale, in quell’oscillazione continua tra utopia e profezia che sempre si manifesta in condizioni di raccordo discorde estetica socialità, non è l’abbandono a predominare: la rinuncia, il segno della fuga, attengono caso mai, più o meno consapevolmente, all’atteggiamento normativo, alla pittura esplicita, all’arte indolore. Malgrado le apparenze, il visionario è un dialettico: la sua componente profetica non potrebbe prefigurare se no si fondasse sull’esperienza del passato messa in costante relazione con il presente. La pittura di Oppi, nella sua palese irritazione, è tanto visionaria quanto lucida per ciò che riguarda la condizione dell’uomo. Dunque non estatica, piuttosto toccata da una paura (non da un tremore), che si manifesta - qui e in esempi più lontani - per sollecitazioni di tipo espressionistico. E allo stesso modo in cui sembra evitare la cronaca per affrontare il senso della storia, si direbbe non considerare l’individuo in quanto tale ma la folla, il gruppo, le correlazioni interne. Talvolta fino al racconto.

A differenza di quanto accadeva nelle sue prove passate, frammenti ravvicinati di drammatiche metamorfosi in atto (“strane forme di macchine minacciose che straziano ... la realtà organica della natura", secondo De Micheli, 1970 ), la pittura attuale di Oppi prende le distanze dall’oggetto singolo, dal particolare portato in primo piano e indagato minuziosamente lasciandone emergere una sostanza di terrore, e dilata il paesaggio, dispone uno scenario allargato (ancora un particolare sebbene più leggibile). E in questo spazio immette un viluppo di figure brulicanti, contorte, come investite da un vento d’allucinata follia. La messa in rilievo di uno status informe (psicologico) equivale in alcuni casi a una sorta di cancellazione metaforica, o a una denuncia in blocco di cose di cui non sappiamo altro se non che sono paurosamente presenti, all’esterno, oggettivamente, e nello stesso tempo all’interno di noi: complesse, inestricabili. Sentiamo di farne parte. Per questo le figure restano indistinguibili, organizzate e insieme sollecitate in vischiosi, arrovellati virtuosismi dinamici, sospinte a una definizione, rischiate in un groviglio magmatico.

Che le figure si annettano la scena e lo spazio le inglobi, che si presentino come conformazioni accidentali di un paesaggio stravolto con conseguente e inquietante unificazione di pulsioni in contrasto provocando associazioni di natura malata, di natura malata , di umanità ridotta a condizione larvale in un meccanismo metamorfico animale vegetale inarrestabile (la stessa frontalità di quasi tutti i quadri è indizio di un moto “chiuso“, in conclusione di una stasi per spinte opposte), a volte annunciando un maligno ludus naturae, un indicazione di fratture e sconvolgimenti innaturali, e solo a tratti vi si può intuire un segreto risvolto salvifico subito represso, tutto questo non lascia dubbi sull’intenzione “dimostrativa“ di Oppi. Sul suo invito a un giudizio.

Quella che potrebbe apparire un’accidentalità stilistica (ma alle spalle di Oppi si intravedono modelli precisi, da un certo fiammeggiante linearismo gotico filtrato dal simbolismo fino all’organicità di Max Ernst) si muta per proiezione psicologica in “accidentalità“ della condizione umana. Il suo racconto pare fondarsi sul proposito di stimolare l’immaginazione, la propria e l’altrui, provocando uno sconto fra oggetti e/o figure in qualche modo familiari calati in una ambiguità mobile e oggetti e/o figure indefinibili dati con l’ausilio di un titolo ragionato come se fossero indiscutibilmente esatti. Appare perciò del tutto appropriato che un albero si trovi al di là e al di qua della finestra dalla quale è osservato, che con dirottamento spaziale e temporale Garcia Lorca incontri Cagliostro nel castello di S. Leo, o che pressato una titolazione suggestiva “Ciò che accade“ sulle due rive di un corso d’acqua attenga indifferentemente alle raffinatezze della dinastia T’ang; alla semplicità agreste di un fiume lombardo invasa da atmosfere livide da Loch Ness. Tutto è depistato altrove e ricondotto a uno stesso punto, proliferando il significato in situazioni proiettive, associative, tanto libere e instabili quanto, alla fine, rigorosissime. Ogni metaforica “fuga per corruzione“ è anche e sempre una condizione d’assedio.


Roberto Sanesi, Spazio delle cose - 1980



Espone il pittore Oppi


Sabato 31 marzo nella sala di esposizione della scuola “Villa Favorita” è stata inaugurata quasi in sordina, purtroppo, la mostra personale del pittore Daniele Oppi, uno dei maggiori esponenti dell’arte d’avanguardia.
Finalmente a Corbetta espone un pittore “vero” nel senso più profondo del termine in quanto rappresentante di un arte moderna che non elude il problema del rapporto con la realtà esterna, ma, lo pone su fondamenti pittorici, specificatamente linguistici del tutto nuovi. Danele Oppi, nato a Milano nel febbraio 1932, ed attualmente residente a Robecchetto con Induno, nella Cascina del Guado, fa parte di quei momenti e movimenti artistici, che per primi misero in discussione il modo tradizionale e rappresentativo dell’arte e diedero quindi vita e svilupppo alla concretezza di una nuova concezione linguistica dell’arte, tendente non più alla rassomiglianza ma, al contrario all’essenzialità principalmente autonoma, la quale, escludendo elementi realistici, esprime e rappresenta realmente se stessa. I fautori di quest’arte che ha fatto proprio il concetto “Grande astrazione, grande realismo” sono stati pittori come Kandinsky, Mondrian, Balla, Picasso, De Chirico ed altri ancora.
E’ in questo concetto dell’arte che si inserisce la pittura di Daniele Oppi. Egli affronta nella sua arte un tema attualissimo, quello del rapporto tra l’uomo e la società tecnologica.
“Si tratta di una pittura profondamente legata alla natura, in una trasfigurazione fantastica, dove il linguaggio informale cerde continuamente il passo ad una sorta di simbologia naturalistica, che fa riferimento alla forma delle cose, alla vita biologica, all’avvicendarsi delle stagioni. Oppi si è collocato in un’espressione oroginale, datata decisamente nella nostra epoca e sembra talvolta che intuisca il divenire drammatico e pieno di interrogativi dell’ambiente in cui viviamo.
Prreoccupato per l’impianto strutturale del quadro, l’artista nasconde dietro un apparente spontaneismo delle linee un rigore razionale e logico, sottolineato ancor più dal colore che interviene spesso contemporaneamente al disegno. viene dato così al cromatismo il compito di elaborare la struttura del quadro, in una “finitura” sempre accurata, spesso meticolosa, incaricata di individuare il particolare, il dettaglio di un insistere innamorato, qualche volta ossessivo. In Oppi la pittura è un mezzo espressivo che ha trovato un linguaggio proprio di sé, con un racconto che si fa sempre più articolato di quadro in quadro “continuità di linguaggio”. Il pittore ha trovato un modo di assemblare linee, colori, forme, spazi, secondo un “convenzionale” che appare insostituibile e che semmai vien desiderio di vedere ulteriormente articolato e sviluppato in una futura sequenza trasformatrice nata in questo vasto e stimolante alfabeto poetico di Oppi”.


Il Settimanale Di Corbetta - 1979


Questo nostro tempo di bestie metalliche e mondi frenetici, ci porta un poco a rifiutare la pelle di rinoceronte che ci siamo costruiti intorno e a osservare con nuovi occhi e a sentire con nuovi cuori. Oppi porta dall’Italia alla Caravan House Galleries (Novembre 1/18) una visione efficace di un mondo Gotico e Medioevale. E questo attraverso i sogni essenzialmente, personaggi di amore e di umanitÓ piuttosto che i prevedibili tormenti dei poeti dannati....guarda Ma, nessun assenzio! Per esempio ti trovi avvolto in una diabolica montagna di colori, di minerali e sconosciuti e incredibili parti di corpo umano. E lÓ felicemente, arrampicandosi fino ad un dirupo, Ŕ una minuscola coppia di amanti. Oppure uno stesso fianco di una donna diventa l’eruzione di una vulcano, un mazzo di passiflora, questo rende la scena gigantesca. Ci sono piccoli esseri, di solito bambini, nascosti tra verdure e smisurate forme animali. Forme e colori sembrano inventati, estratti con fatica dalle profonde miniere dell’uomo antico, ancora da spiegare alla gente semplice alla luce del giorno. Sembra essere qualcosa come una musica commovente suonata sotto i tuoi piedi che è tanto fantastica e misteriosa quanto le montagne si sviluppano dai tessuti umani. Le tue orecchie fischiano cercando di interpretarti questi suoni. Gotico è una parola evasiva, ma suona un campanello, per me almeno - lo spirito del Gotico, così si dice. L’elemento del mistero è qui, vigoroso, al quale va aggiunto il più grande segreto di tutto ciò che - come questo potere di demoni, eruzioni vulcaniche soprannaturali, Alto Medioevo, il mondo di Poe e Baudellaire - è fuso con sensibilità, con passione, la Nuova Nascita.


W.D.Allen, Arts Magazine NY 1978


Attualmente alla caravan House Galleries si sta svolgendo una mostra di dipinti di un artista italiano; Daniele Oppi. Questo artista dipinge un mondo di cataclismi, sconvolgimenti nei quali l’uomo Ŕ ritratto come una minuscola creatura debole e indifesa, sopraffatta da forze incontrollabili. Questi quadri, pieni di ricchi colori, movimenti tumultuosi e ritmi mutevoli, sono accuratamente calcolati e dipinti con forme schizzate da prima nell’inchiostro. Sebbene suggeriscano paesaggi soprannaturali di immagini relative sia alla tecnologia che alla anatomia dove figure simili a robot sono intrappolate tra cascate e vortici, l’effetto globale non Ŕ un incubo, come si potrebbe immaginare. Le emozioni dell’artista sembrano essere totalmente sotto il suo dominio.


Dorothy Hall, Park East NY 1978


(...) Conviene conoscere, almeno a larghi tratti, la personalità dell’artista. Daniele Oppi è autodidatta solo nel senso scolastico della parola, ma la sua esperienza ha radici profondamente abbarbicate in una cultura cosmopolita che spazia dalla vecchia Europa all’America e si proietta pure in Estremo Oriente.
Le varie culture non si sono appiccicate a mo’ di etichetta alla personalità di Oppi, ma sono entrate profondamente in lui tanto da costituire tutta la struttura portante della sua personalità.
Di fatti questa situazione non è affatto rilevabile dalle sue opere che, sono in alcuni casi, risentono di questi influssi espressivi; mentre è possibile annotare questa situazione se insieme all’artista, si approfondiscono i temi ed i presupposti concettuali delle sue composizioni.
(...) La pittura di Oppi possiede una carica dinamica eccezionale che proietta l’osservatore oltre l’angusto spazio di un attualismo troppo ristretto nel tempo, per collocarlo in una visione futura a grande respiro piena di cose nuove, e dove l’uomo, liberato da tutta una serie di tab¨, di convenzioni, di repressioni è veramente dominatore.
(...) Il linguaggio usato dal pittore è quello dell’autentico artista: un’espressività spontanea, un cromatismo perfettamente bilanciato anche nei toni più violenti e più squillanti, una forma meditata ed attenta che perde oggi spigolosità polemica per assumere una equilibrata morbidezza razionale.


R. Cavanna, La Voce Alessandrina - 1971


La prima volta che ho visto Daniele Oppi, l’altro giorno alla Galleria “La Loggetta” di Castiglioncello, era sommerso dal chiacchiericcio della solita signora blasè o pseudo blasè innamorata del problema dell’alienazione, del rapporto tra l’uomo e la macchina. Forse per questo, per un senso quasi di usura che non si può non avvertire in tanti (troppi) discorsi che si fanno sull’arte con Oppi s’è parlato di poco o nulla. Era meglio affidarsi agli occhi, leggere le sue tele in cui la cosa più importante è il colore e leggerle significa lasciarsi guidare dall’arabescato inquietante delle sue linee, dai suoi vortici che afferrano gli spettatori e lo trascinano e lo dominano: una sorta di gorgo in cui è facile perire perché Oppi non lo odia e non lo odia anche perché ne avverte il fascino. Ammesso e non concesso che la civiltà della tecnica sia un male, sembra dire Oppi, è un male ambivalente.
Presi nel vortice dei congegni meccanici, stritolati, ingoiati, nel buio della morte si scopra una bellezza onirica, meravigliosa.
(...) E’ il poeta di un “demoniaco” tecnologico che si sviluppa all’interno del corpo sociale, dallo sconcerto delle sue funzioni, dalle stupida disumanità della sua condotta: un “demoniaco” che si manifesta nella forma o meglio nella forma della “non-forma” nel trasmutarsi continuo della sembianza da cui emerge a tratti il carattere letale come il fascino del simbolo. Sono “i fiori del male”.


Luigi Bernardi, Il Telegrafo - 1971


Daniele Oppi, molto più conosciuto all’estero che in Italia, dove pure abita in una comunità di artisti nella cascina del Guado, ha deciso di comunicare anche a noi i suoi messaggi, meglio le sue proposte con una mostra alla Galleria Angolare (Via Clerici 13 Milano). Lo presentano W.D. Allen dell’ “Arts Magazine” di New York e Mario De Micheli. Oppi non ancora quarantenne, è il classico figlio dell’attuale societÓ dibattuta tra l’uomo e la tecnologia, tra i valori di “cioè che si è” e di “ciò che si possiede”: nei suoi quadri, maturati nella meditazione sottile di problemi che evadono dal puro campo pittorico, questo urto appare fragoroso. L’artista non si rassegna all’accettazione di un mondo disumano, dove il mito della macchina sovrasta paesaggi che sembrano svolti da colossali catene di montaggio: cosý richiama nella sua pittura, grazie a una mano “abile e ubbidiente”, gli elementi eterni del vivere, primo fra tutti l’amore (...), e poi l’amicizia, la solidarietÓ, la coscienza. Non a caso la superficie delle sue tele è dominata da un intrico di braccia che si cercano e si avvinghiano e si uncinano come a difendere l’individuo da incombenti mostri onnivori. Ha scritto Mario De Micheli: “sotto certi aspetti Oppi è un visionario, ma sotto altri si può intuire che la sua visionarietà scaturisce da una persuasione intellettuale”. La persuasione, vorremmo aggiungere, dei poteri dell’esorcismo.


Curzia Ferrari, La Fiera Letteraria - 1971


Daniele Oppi, dopo i successi recenti di San Paolo e di New York, che lo hanno fatto entrare nei grandi musei come uno degli artisti contemporanei più personali ed impegnati, ha esposto un gruppo di dipinti e disegni alla Galleria Angolare a Milano, dopo un periodo di assenza dalle mostre.
Egli lavora con un gruppo di giovani artisti in una cascina della campagna milanese: “Il Guado” dove può meglio isolarsi e fantasticare sul tormentato destino dell’uomo in lotta con una civiltà della quale si sente orgoglioso, ma di cui vorrebbe respingere le costrizioni che lo mortificano e finiscono per farlo diventare un’ingranaggio.


Dino Villani, Parliamoci - 1971


Il processo di decantazione in essere nella ricerca di Daniele Oppi (Galleria Angolare) dimostra una consapevolezza critica fuor del comune. Da una pittura dove l’urgenza espressiva portava ad eccessivi ingorghi ed affollamenti, egli sta passando a forme più rapprese. E proprio in questa contrazione, l’immagine trova un’intensità quasi gestuale che, prima, si diluiva in un intrico un tantino sfiancato.


Francesco Vincitorio, NAC - 1971


Daniele Oppi alla Galleria “I Volsci”


Roma - E’ terminata, da qualche giorno, la mostra di Daniele Oppi alla Galleria “I Volsci”. Oppi presentava una trentina di opere. Le più recenti. Potrei parlarne a lungo, anche se davanti a me non ho che il ricordo di esse, perché ciò che mi hanno dato è veramente molto. “Fotografie” di un mondo interno, testimonianze di una coscenza calma, e attenta a cogliere il momento interiore ed esteriore. Ciò che vive di noi e ciò che vive intorno a noi. Ma non voglio dir nulla, e ciò che ho detto vale quel che vale. bisogna andarlo a vedere, a vedere le sue cose, a vedere come vive, a parlarci, se si vuole. Può essere utile a ciascuno di noi. Ho sentito, mentre scambiavo alcune frasi con lui, la presenza di un uomo che non entra in conflitto con se stesso, così come spesso avviene. E’ forse un “uomo a più dimensioni”? Non lo so, forse non ho capacità sufficiente per valutarlo. E’ un essere umano intero.
L’ uomo Daniele Oppi, che insieme al suo amico Enzo Galeazzi ha voluto, come lui stesso dice, “riservare parte dei risultati della vandita dei miei quadri a questa opera benemerita” (cioè l’Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), “(anche se so non essere questa, del recupero del denaro, la via maestra per risolvere questo tipo di gravi problemi sociali)”, coincide perfettamente con l’uomo-artista, che dice (ed è conseguente con le sue parole): «“Vi sono molte cose da dire e da fare, ma da dire solamente non ce né”. Ripetiamo spesso questa frase tra noi abitanti del Guado. Le mostre sono, per me, il momento della sopravvivenza, come, in parte, anche per il Guado. Sono il momento della scelta, per gli altri: o del rifiuto, oppure della contemplazione.
Per gli altri -migliori- è la domanda. Per me sono anche l’occasione del viaggio, della conoscenza inaspettata di qualcuno. Per gli altri sono classificazioni, misura di giudizio o di denaro; divertimento. Anche ricerca, e spesso curiosità, aggiornamento.
Per me è spezzare il tempo della vera avventura, è rompere con il mondo reale e logico del “fare”.
Spero che tutte le prossime mostre, invece di presentare solo le mie opere, o di qualcun’altro di noi, siano piuttosto il documento del nostro spazio-prova per vivere: “Il Guado”.
E l’artista coincide con gli altri due.»
Può bastare.

GCA, Ecomond Press -1971


(Galleria Angolare) (...) Artista di temperamento estroso, che si affida soprattutto al suo intenso cromatismo, ad una immediatezza espressiva che negli spazi recentemente individuati trova l’avvio a più ampi e maturi raggiungimenti.


Gino Traversi, Mostre e Gallerie - 1971


(Caravan House, 132 East 65 th Street - Manhattan) (...) “per un quadro -mi ha detto- sono molto imbarazzato, perchÚ tre persone reclamano la priorità dell’acquisto”. Oppi ha quasi completamento abbandonato la pittura su tela, egli usa un truciolare, un impasto cioè di truciolo di legni, trattato con stucco e vernice di nitro. Sul pannello cosý ottenuto, Oppi costruisce con colori acrilici le sue opere quasi Freudiane. Rappresenta le cose che sono dentro di lui e gli sono state segnate da ciò che succede fuori di lui. La rappresentazione ondeggia tra l’astratto e il figurativo. La chiamerei, in molti casi, una pitture psichedelica. L’artista cerca di capire le forze che ci agitano dentro, e da questa ricerca nascono i suoi “ritratti” che sono composizioni esteticamente piacevoli e di forte incisività.
La cultura gli è di grande sostegno. La sua arte indica come Oppi sia ricco del passato culturale italiano, della tradizione classica e in specie veneziana, acquisita studiando nella città lagunare. (...).


Mario Albertazzi, Il Progresso italoamericano NY - 1970


 


La Pittura di Daniele Oppi affronta un tema attualissimo, quello del rapporto tra l'uomo e la societÓ tecnologica. Che cosa sta per diventare il personaggio umano nell'ingranaggil di una tecnica onnivora, nel gioco spietato di una società, la quale sta violentemente riducendo i margini di libertà dentro i quali è possibile agire senza essere spinti nella sfera di una totale alienazione? Ecco le domande che Oppi si pone alle quali risponde con le sue immagini.
Ora è il groviglio delle energie naturali che si difendono, aggredendo con mille braccia, con mille vÝventi tentacoli la presenza ostile di strutture meccaniche esorbitanti; e ora sono strane forme di macchine minacciose che straziano coi loro aculei, con le loro tenaglie, i loro uncini crudeli, i tessuti palpitanti, la realtà organica della natura e dell'uomo.
Oppi è immerso in questa drammatica dialettica, ne è o se ne sente protagonista.
L'uomo diventerà un robot o il robot investito dal caldo flutto della vita scioglierà la sua meccanica articolazione, la sua anima d'acciaio, il suo cervello elettronico, ritrovandosi come per miracolo umanizzato? In altre parole: riusciremo a dominare i procedimenti che stanno alla base della civiltÓ contemporanea o vi dovremo soccombere?
Oppi, è inutile dirlo, sta dalla parte dell'uomo, ma non perché sia contro l'evoluzione tecnologica; bensì perché tale evoluzione è diventata nelle mani dei potenti, indirizzata contro gli interessi fondamentali della nostra esistenza.
E' dunque di tutto ciò che ci parlano le immagini della sua pittura. Oppi dipinge seguendo gli impulsi di una fantasia fervida, favorita da una mano abile e ubbidiente, che si muove sulla superficie del quadro con sicurezza e vigore.
Sotto certi aspetti è un visionario, ma sotto altri si può intuire che la sua visionarietà scaturisce da una persuasione intellettuale.
Anche nel suo processo creativo sembra quindi rispecchiarsi la dialettica dei problemi ch'egli si è posto: una dialettica che invade intimamente anche i modi dell'espressione, ora quasi gestuali e ora calcolati, quasi costruttivisti. Ma è la prova migliore dell'autenticità della sua pittura e della verità di cui Oppi vuol farci partecipi.


Mario De Micheli, marzo - 1969


La domanda posta, e cioè intendere le forze interiori dell’uomo all’interno della stessa natura dell’artista, portò Oppi fin da tre anni fa a eseguire “portrait” di quelle parti sotterranee, piene di forza, della nostra personalità: una esuberante serie di pitture aventi un potente denominatore comune ma senza ripetizione. Forse a causa dei legami con la tradizione pittorica italiana, quest’opera quasi Freudiana è calma e disciplinata, oggetti con i quali si può vivere, potenze di notti selvagge dominate dal poeta, dall’artista creatore della gioia visuale.
Una spontaneità espressiva in un rilievo appena accennato e arricchita da un cromatismo subliminale, in vibrazione psicologica, con zone intense in colori più marcati. Questi fattori, in antagonismo, aiutano a spiegare la felice fusione del decorativo (forma) con la profondità del pensiero (contenuto).


W.D. Allen, Arts Magazine NY - 1969


Daniele Oppi, messo per la prima volta in buona luce nei concorsi studenteschi dell’anno scorso, quando aveva appena diciassette anni, è naturale che, ora che ne ha diciotto, faccia la sua brava mostra personale. Vedremo, anzi vedrete, cosa farà a venti, trenta e così via. E’ una mostra, però, piuttosto alla buona nel simpatico ambiente dove si raduna la godereccia “Famjia Bulgnéisa”, ossia in un locale di via Cesare Correnti ben noto ai buongustai della zona: nutrita tuttavia dal tutt’altro che effimero e presuntuoso istinto di questo semi-esordiente, il quale non ha nulla né del primitivo, né tantomeno, dell’infantile; ma che rischia lo stesso interessare per quanto, anche tra qualche non sospetta acerbità, ci comunica d’una sua più che evidente sensibilità inventiva ed espressiva. Ce ne dobbiamo compiacere? Direi di sì dato che non abbia smanie di arrivare, o se non si fida troppo delle sue stesse buone qualità: insomma se capisce da sé che certe tappe, specie quando si raggiungono così presto, valgono solo se si è capaci di superarle.


Ugo Nebbia, Il Tempo di Milano - 1950


La “Gioventù studentesca” di Milano ha ordinato nel Teatro della Basilica (in piazza S. Eufemia) una mostra-concorso di studenti delle scuole medie che disegnano, dipingono, scolpiscono quasi sempre giÓ rivelando i vari temperamenti e caratteri.
Non tutti gli espositori domani saranno artisti; ma la mostra è utile davvero perché serve a indicare - nei limiti dell’umano - quali individui meritano incoraggiamento. Per nostro contro faremo solo pochi nomi: Anna Corradeschi, Franco Bignotti, Pier Federico Leone, Ezio Fiocchi, Sergio Ferrario, Augusto Lodi, Carlo Pulvirenti, Gilberto Borghi, Ettore Proserpio. E Daniele Oppi, il quale con La Fiera, I due bevitori, Ragazza allo specchio, Carro funebre, Una via di Milano e con vari altri pezzi a colori o in bianco e nero prova di avere molta e niente affatto gratuita fantasia e una straordinaria forza nel rappresentare pittoricamente. Al concorso artistico fa riscontro anche uno letterario. La cerimonia della premiazione avverrà sabato 14 alle cinque e mezzo.


Leonardo Borgese, Corriere della Sera - 1949